Mattia Granata, Presidente Centro Studi Legacoop
L’articolo 45 della Costituzione non è un frammento di storia da celebrare, ma un’ottica per leggere il futuro
dell’economia e della cooperazione; è ancora in costruzione ed è guidato da principi che, paradossalmente,
sono sempre più attuali. In un’epoca segnata dagli effetti delle transizioni multiple quel comma che
riconosce e promuove “la funzione sociale della cooperazione” indica una via.
La difesa della Costituzione, certo, è un dovere; ma prima ancora è un programma da realizzare, tanto più
negli aspetti rimasti più in ombra. Per esempio, proprio l’articolo 45 – e quello che lo segue sulla
partecipazione dei lavoratori – che ci ricorda che la democrazia non si esaurisce nella sfera politica: vive
nell’economia, nel modo in cui le persone partecipano, collaborano, si organizzano. Le differenti culture
politiche ed economiche dei costituenti seppero convergere sull’idea che l’impresa potesse essere un luogo
di cittadinanza, non solo di profitto, uno strumento di creazione e redistribuzione di benessere, non solo di
denaro. Oggi quell’intuizione torna a parlarci con forza, perché la società contemporanea – mentre
genericamente invoca “nuovi modelli di sviluppo” – di fatto chiede forme di mutualismo capaci di
rispondere ai nuovi bisogni.
Ma per rendere vivo l’articolo 45 occorre un impegno a più dimensioni, e la prima è certamente culturale. Il
mutualismo non può essere evocato solo come un valore storico: va reinterpretato come un paradigma
attuale dell’economia della condivisione, della sostenibilità e della partecipazione. Occorre stimolare una
riflessione attuale per fissare le coordinate aggiornate entro cui collocare una coscienza diffusa della
cooperazione come bene comune, come strumento a disposizione per valorizzare le energie latenti nella
società. Questa riflessione si può giovare del confronto di punti di vista e culture differenti, proprio come
nella Assemblea costituente, che forgiò l’alto compromesso giunto a sintesi nell’articolo in questione.
La cooperazione non è un tema di settore, ma una questione di democrazia economica. Riportarla al centro
del dibattito pubblico significa farla uscire dall’ombra per restituirle il ruolo di leva strategica per la
coesione sociale e territoriale. La recente sentenza della Corte costituzionale n. 116 del 2025 lo ha detto
con chiarezza: promuovere la cooperazione non è una facoltà discrezionale dello Stato, ma un dovere
costituzionale. Un dovere che interpella la politica, chiamata a conoscere e valorizzare un modello di
impresa che produce valore economico e sociale insieme.
Semplificare la costituzione delle cooperative, favorire la partecipazione dei lavoratori, sostenere le
cooperative di comunità, le esperienze di workers buyout, le comunità energetiche cooperative. Va
riconosciuta e promossa la differente specie della cooperazione, la natura non speculativa, in un quadro
giuridico che non penalizzi, ma incoraggi chi sceglie la via mutualistica. L’obiettivo comune è evidente, e
non è obiettivo “di parte”, come dice la Consulta; e in questa direzione va anche la Raccomandazione del
Consiglio dell’Unione Europea del 2023, che invita gli Stati membri a dotarsi di strategie nazionali per lo
sviluppo dell’economia sociale.
Nessun rinnovamento generativo, inoltre, può realizzarsi senza la vitalità del movimento cooperativo
stesso. Promuovere la nascita di nuove cooperative, accompagnare le reti territoriali, formare nuove
generazioni di cooperatori: sono questi gli atti concreti che possono tradurre in realtà l’articolo 45. Esso ci
ricorda che la Costituzione vive solo se si rinnova, se ogni generazione ne assume la responsabilità.
L’articolo 45 non è ieri, ma domani: è la promessa di una Repubblica che crede ancora nella forza del
lavoro, della comunità e del “noi”.

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