
Ferragosto 2026
Il Ferragosto si festeggia il 15 agosto: è il giorno clou dell’estate in Italia e unisce le antiche Feriae Augusti romane con la ricorrenza cristiana dell’Assunzione di Maria. La festività nasce nel 18 a.C. per volere dell’imperatore Augusto e deriva, appunto, da quei periodi di riposo celebrati dopo i grandi raccolti agricoli.
Anch’io, come tanti italiani, festeggio il Ferragosto con una grigliata in montagna insieme agli amici, a Rosseno: una piccola borgata di Condove dove è nata mia moglie. In questo momento storico, fare una festa di mezza estate può sembrare un concetto stridente, una mania o un’idiosincrasia; ma “quale allegria”, per dirla con Lucio Dalla, specie se recapitata ai piani più alti della nostra recente storia.
La mia sensazione più profonda è che il Ferragosto sia la festa del Nulla: una convinzione a cui io stesso mi adeguo… Per poi chiedermi: “Dove vanno le spensierate folle di gitanti che, tutte nel medesimo istante, vengono colte dal raptus dell’emigrazione verso la Gioia?”.
In questo giorno mi viene in mente Pranzo di Ferragosto, film acclamato dalla critica e dal pubblico al Festival di Venezia. Guardandolo, ho riscoperto quanto l’età matura — come ogni esperienza della vita —, se presa con spirito e condivisa con empatia, alla fine non faccia poi così tanta paura.
Sarei stato sicuramente felice di partecipare a un simile pranzo di mezza estate in una Roma semideserta, perché le quattro signore, ospiti e commensali, sono un vero spasso. Simpatiche, interessanti, piene di energia, di esperienze e di voglia di vivere e comunicare, le vecchiette che in molti spesso scansano annoiati hanno invece ancora tantissimo da dire.
Il film si apre con madre e figlio che vivono da soli in un appartamento nel centro di Roma dall’atmosfera un po’ decadente: si capisce subito che faticano a tirare avanti, ma che in passato hanno conosciuto tempi migliori. Gianni, un uomo celibe e dal bicchiere facile che non esercita la professione per occuparsi dell’anziana mamma cui è legatissimo, nel bel mezzo dell’afa estiva riceve la visita dell’amministratore di condominio. Questi gli propone l’estinzione di tutti i debiti arretrati in cambio di un favore: ospitare la propria madre per la notte e per il successivo pranzo di Ferragosto, così da poter partire in tranquillità per le vacanze. Una volta accettato l’accordo, l’amministratore si presenta però con una seconda anziana, sua zia, e convince Gianni ad accudire anche lei dietro compenso. Suo malgrado, il protagonista si ritroverà costretto a dare asilo perfino a una terza nonnina, quando l’amico medico gli chiede di affidargli la madre per non lasciarla sola durante il turno di notte.
È proprio questo ritrovo di vecchiette — ognuna con il proprio carattere e le abitudini consolidate dagli anni — a dare vita al racconto: i desideri, i vizi, i capricci, gli egoismi e le virtù delle mature signore muovono la trama e ne disegnano il ritmo.
Fra una risata e l’altra, Pranzo di Ferragosto si rivela un piccolo, prezioso film da rivedere assolutamente.
Buon Ferragosto a tutti!
Roberto CANAVESIO
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2 agosto 2026 – Loano
E’ domenica mattina e siamo ancora a Loano. Apro la finestra e, sulla statale Aurelia, il traffico è bloccato: un’infinità di auto, sia in un senso che nell’altro. Davanti al bar qui di fronte, all’ombra e riparati da una fila di gerani, vedo due ragazzi. Sono vestiti di tutto punto, abbronzatissimi, e chiacchierano, ridono e bevono il caffè seduti uno di fronte all’altro.
Li guardo e penso che, proprio in questi giorni cinquant’anni fa, ero un giovane carabiniere presso il Reparto Mobile di Moncalieri. Avevo più o meno la loro età. Ci arrivai in un periodo in cui tutto stava cambiando: il mondo era in subbuglio, la situazione sociale stava esplodendo e ogni giorno c’era una manifestazione di studenti o di lavoratori, oppure occupazioni di case, di fabbriche e persino la rivolta dei detenuti al carcere Le Nuove.
Io ero un ragazzo di campagna appena diplomato all’Istituto Tecnico e subito arruolato volontariamente nei Carabinieri. Nuovi amici, i primi soldi, le prime ragazze. Mi sembrava un mondo nuovo, molto complicato ma estremamente vero. È stata la mia formazione per diventare adulto, non più un ragazzo.
Mi affiorano alla mente molti episodi di un’umanità disarmante. Forse il primo fu quando sgomberammo un campo nomadi a Stupinigi: una donna era accovacciata a terra con le sue lunghe gonne — forse faceva i propri bisogni o forse no — e, quando mi avvicinai, si alzò, tirò su la gonna e mi disse: «Italiano, a te piace questo…?». Io, imbarazzatissimo, voltai il viso da un’altra parte. Mi spiegarono poi che era una tecnica per sviare lo sguardo da qualcosa che non dovevo vedere.
Fu un bel periodo della mia vita: duro e a volte poco simpatico, ma lo ricordo ancora oggi con grande piacere. Quando emergono questi ricordi mi commuove pensare che, in fondo, non sono cambiato così tanto: sono solo invecchiato.
All’epoca non sapevo rispondere alla domanda che tutti mi facevano:
«Che cosa vuoi fare dopo il carabiniere?»
Oggi credo di sapere perché: la risposta non era un mestiere. Era una direzione.
Così, in questa calda domenica d’estate, mentre al bar qui di fronte due ragazzi sorridono davanti a un caffè, ripenso alla strada percorsa. E mi accorgo che quel ragazzo di allora, pur con tutti i suoi dubbi, aveva già trovato il filo. Non sapeva dove l’avrebbe portato, ma aveva iniziato a seguirlo.
Oggi, per quel filo e soprattutto per la forza silenziosa che mi ha fatto continuare a camminare anche quando non vedevo la strada, provo una gratitudine profonda.
Un grande abbraccio e buona domenica!
Roberto CANAVESIO
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26 luglio 2026 – Loano
È domenica mattina. Avrei voluto dormire di più, dato che questa notte alle quattro giravo ancora per casa, ma Fede Von Carett era già pronto per fare i suoi esercizi di potenziamento ginnico sul lungomare…
Mi lavo, mi rado e lo accompagno al molo, dove lui farà i suoi esercizi e io farò ginnastica Tai Chi sulla sedia per i senior. Alla fine dell’allenamento ritorniamo a casa, dove ad aspettarci c’è un’abbondante colazione.
Durante il ritorno a casa ho raccolto un ramo di alloro da una siepe che costeggiava il sentiero; lui mi ha sorriso e, senza esitazione, ha detto: «Hai fatto bene». Mi aspettavo una smentita: il nostro rapporto è bellissimo e complicato; o mi contraddice — atteggiamento tipico della sua età —, oppure mi guarda con gli occhi della fiaba di Andersen: «Quel che fa il nonno è sempre ben fatto».
Da bambino quella storia mi infastidiva. Forse per la ingenuità della coppia, o forse perché mi sembrava irragionevole fidarsi così tanto di qualcuno. Andando al mercato per vendere il suo cavallo, un contadino conclude una serie di scambi sempre più strampalati e svantaggiosi: il cavallo con una mucca, la mucca con una pecora, la pecora con un’oca, l’oca con una gallina e, infine, la gallina con un sacco di mele marce. Tutti sono convinti che la moglie si infurierà. Invece lei lo accoglie con un abbraccio, lo riempie di baci e gli ripete le stesse parole con cui lo aveva salutato prima della partenza: «Quello che fai tu è sempre ben fatto».
Forse è proprio questo il segreto: vale più la fiducia custodita con tenerezza che un affare concluso bene. Come un rametto di alloro, colto solo per il piacere del suo profumo. Come avere mio nipote così generosamente dalla mia parte.
Un caro abbraccio e buona domenica! E buon compleanno a mia figlia Cinzia e buon onomastico a tutte le Anna!
Roberto CANAVESIO
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19 luglio 2026 – Festa del Piemonte
Oggi è la Festa del Piemonte e dei Piemontesi. Il 19 luglio 1747 l’esercito Piemontese sconfisse, nonostante una schiacciante inferiorità numerica, quello Francese al Colle dell’Assietta. Da questa vicenda storica nasce anche il soprannome dato a tutti i Piemontesi, perché quando da Torino arrivò l’ordine di ritirarsi, i soldati Piemontesi risposero “da si nojautri bogioma nen”, che significa “noi da qua non ci muoviamo”. Quindi, quando si dice che i Piemontesi sono “Bugianen”, inteso in senso negativo, gente statica, lenta, che non osa, beh, in realtà la storia è un’altra: i Piemontesi “Bugianen” sono gente che resiste, si sacrifica, tiene la posizione senza paura, con coraggio, fino alla vittoria. Bòna Festa del Piemont a tücc!
Roberto CANAVESIO
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19 luglio 2026 – La morte di Borsellino
Ci sono giornate che, anche a distanza di molti anni, restano impresse nella memoria con una nitidezza assoluta.
Appresi la notizia della morte di Paolo Borsellino mentre mi trovavo Melfi per lavoro. Fu una notizia che lasciò tutti sgomenti.
Dopo la strage di Capaci e l’uccisione di Giovanni Falcone, sembrava che il Paese stesse vivendo una delle sue pagine più buie. In quegli anni, per lavoro, trascorrevo più tempo negli stabilimenti Fiat al Sud che in Piemonte e quanto stava accadendo lo sentivo ancora più vicino.
Il 19 luglio 1992, in via D’Amelio, a Palermo, un’autobomba contenente circa 100 chilogrammi di tritolo uccise il giudice Paolo Borsellino, il capo scorta Agostino Catalano e gli agenti Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Con loro vennero colpiti lo Stato e i principi di legalità e giustizia che essi rappresentavano.
Ricordare quella giornata significa rendere omaggio al loro sacrificio e rinnovare l’impegno a custodirne la memoria.
Roberto CANAVESIO
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16 luglio 2026 – Le notti bianche
di Fëdor Michajlovič Dostoevskij
«Una delle opere più poetiche della letteratura russa, originale ed elegante. »
Al centro delle Notti bianche – racconto pubblicato per la prima volta nel 1848 – c’è un sognatore, un giovane che vive una vita tutta sua, avulsa dalla realtà, fatta di chimere, fantasticherie, impalpabili emozioni. Nelle calde notti senza tramonto di una Pietroburgo estiva e deserta, il timido e notturno protagonista, triste vittima della vita urbana, vagabonda senza meta per la città fra palazzi e canali, e sogna a occhi aperti. Proverà a inseguire l’amore: quello della bella e appassionata Nasten’ka, che però ama, desidera, attende un altro. Così, dopo quattro notti di esaltata eccitazione, l’ultimo mattino porta con sé un amaro risveglio: il disincanto di un addio.
lo vorrei farti dormire, ma come i personaggi delle favole, che dormono per svegliarsi solo il giorno in cui saranno felici. Ma succederà cosi anche a te. Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? lo sono sicuro. E presto.
Anche domani. Guarda, Natalia, il cielo! È una meraviglia!
Fedor Dostoevskij, “Le notti bianche”
Buona giornata!
Roberto CANAVESIO
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29 giugno 2026 – Anniversario di marriage

È lunedì mattina e a Loano l’Aurelia non riposa più nel silenzio. Oggi, 29 giugno, sono 46 anni di matrimonio trascorsi con mia moglie, la mia compagna di vita, la mia sposa, la mia amante, la mamma dei miei tesorini, la nonna del nostro principe Federico Von Carrett Conte di Tetti Rolle….
Quarantasei anni trascorsi con gioia e felicità, con discussioni, a volte con liti e musi lunghi, ma con tanto amore. Amore che si è consolidato sempre più, giorno dopo giorno, discussioni dopo discussioni, pace dopo pace. Quarantasei anni volati via come un battito di ciglia e, come diceva la mia mamma, quasi 49 anni che ci parliamo…La mia mamma mi diceva, quando parlavo con tuo papa…e io gli chiedevo mamma di cosa parlavate? Ora sorrido con gioia di questa frase.
La mia compagna di vita continua a dedicarsi a me con abnegazione degna di essere annoverata tra i santi, un grande sostegno alla mia battaglia quotidiana contro l’indesiderato ospite, ora forse uscito dalla mia vita…
Ricordo con piacere i momenti della nostra vita e mi accorgo che il tempo è passato e molte persone non ci sono più, sono andate avanti come dicono i miei amici alpini.
A lungo ho creduto che la nostalgia fosse una crepa da tenere nascosta. Ora ho capito che la vera debolezza è dissimulare ciò che si sente. Si è fragili solo quando si cerca di apparire invincibili.
Poterci permettere di essere esattamente chi siamo è un traguardo. Come ascoltare la voce di un ragazzino che, all’Istituto tecnico, sognava di visitare New York. Per il gusto di imparare, di conoscere, di immergersi nella trama delle cose, fino a sentirsi parte di esse.
Fino a sentirsi parte di qualcosa di grande.
Scusate la deriva sentimentale, ma dopo tutti questi anni abbiate venia.
Buona vita a tutti.
P.S. Cerchiamo sempre la luce in fondo al tunnel!
Roberto CANAVESIO
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L’estate di fuoco delle nostre città: perché la riforestazione urbana non è più un’opzione
26 giugno 2026
Le ondate di calore estremo stanno attraversando l’Europa con una regolarità spaventosa, diventando sempre più frequenti, prolungate e violente a causa del riscaldamento globale. Quelli che un tempo venivano considerati picchi stagionali eccezionali, oggi sono la norma di un clima alterato. In questo scenario, i contesti urbani pagano il prezzo più alto: il cemento, l’asfalto e la scarsità di spazi verdi trasformano i nostri quartieri in vere e proprie trappole termiche. È il fenomeno noto come isola di calore urbana, in cui le superfici artificiali trattengono il calore solare durante il giorno per rilasciarlo la notte, impedendo alle città di rinfrescarsi e negando il riposo ai cittadini.
Di fronte a questa emergenza non bastano più i consigli emergenziali. Servono risposte strutturali e urgenti: politiche di adattamento climatico a lungo termine che mettano al centro la qualità della vita, la sicurezza e la salute delle persone, in particolare delle fasce più vulnerabili come gli anziani e i bambini. Ripensare e progettare lo spazio pubblico a partire dalle necessità umane, e non dalle automobili, non è un’utopia ecologista, ma una scelta politica concreta, inclusiva e lungimirante. Ridurre le corsie d’asfalto a favore di aree pedonali e ciclabili significa abbattere le emissioni e, contemporaneamente, restituire spazi di socialità alla comunità.
In questa transizione, la natura è la nostra tecnologia più potente. Gli alberi, con la loro capacità naturale di ombreggiare le superfici e di raffreddare l’ambiente circostante attraverso l’evapotraspirazione (il processo con cui le piante rilasciano vapore acqueo), sono alleati insostituibili. Una corretta copertura arborea può abbassare la temperatura al suolo anche di diversi gradi, oltre a funzionare come un filtro naturale per migliorare la qualità dell’aria, trattenendo le polveri sottili.
Cambiare paradigma si può, e l’esperienza internazionale ci mostra la strada. Città come Curitiba, in Brasile, sono diventate simboli globali di urbanistica sostenibile. Già a partire dagli anni ’70, grazie a una visione pionieristica, la pianificazione della città ha integrato una rete di trasporti pubblici rivoluzionaria a imponenti progetti di riforestazione urbana e gestione delle acque, creando parchi che fungono sia da polmoni verdi contro il caldo sia da bacini naturali per prevenire le alluvioni.
L’esempio di Curitiba dimostra che la trasformazione non dipende dalle risorse infinite, ma dalla volontà. Per salvare le nostre città e proteggere chi le abita serve coraggio politico, una visione strategica del futuro e, soprattutto, una forte partecipazione collettiva. La cura del territorio e del bene comune comincia dalle scelte che facciamo oggi.
Roberto CANAVESIO
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Acqua di San Giovanni: un’antica tradizione tra cielo, terra e magia
24 giugno 2026
Il giorno prima di San Giovanni, io e Silvia siamo saliti verso il Collelombardo e, al tramonto, abbiamo raccolto erbe e fiori spontanei. Una volta a casa, li abbiamo immersi in una bacinella d’acqua e lasciati sul balcone per tutta la notte.
Questo semplice gesto custodisce in realtà una storia millenaria. La notte che precede la nascita di San Giovanni Battista (tra il 23 e il 24 giugno) è da sempre considerata magica — nota nella tradizione popolare anche come la “notte delle streghe”.
Il solstizio e l’energia della natura
Secondo le antiche credenze pagane, in corrispondenza del solstizio d’estate le forze della natura si uniscono, donando a piante e acqua la massima carica energetica. Preparare l’acqua di San Giovanni serve proprio a catturare la rugiada della notte, che simboleggia l’influenza benevola della luna.
Per il mondo contadino si trattava di uno dei riti beneauguranti più importanti dell’anno: l’arrivo dell’estate portava con sé il rischio di siccità o di grandinate improvvise, e questo rito era una preghiera visibile per proteggere i raccolti dai capricci del tempo.
Le erbe della tradizione: la centralità dell’Iperico
In questo rituale, l’ingrediente che non può assolutamente mancare è l’Iperico, chiamato non a caso “Erba di San Giovanni”.
Curiosità botanica e storica: Tra i componenti dell’iperico è presente l’ipericina, un pigmento che dona una colorazione rossa. La tradizione popolare ha legato questo colore al sangue versato dal Santo, decapitato per ordine di Salomè. Proprio per questo forte valore simbolico, all’iperico si attribuiva il potere di scacciare gli spiriti malvagi.
Accanto all’iperico, la bacinella può accogliere moltissime altre varietà di piante aromatiche e fiori, ognuna con il suo significato:
- Fiori e profumi: Rosa, Lavanda, Camomilla e Sambuco.
- Erbe aromatiche e protettive: Malva, Rosmarino, Salvia, Menta, Finocchio selvatico, Assenzio, Ruta e Verbena.
Il mattino del 24 giugno
Dopo aver riposato all’aperto, accarezzata dalla “rugiada degli Dei” che vi infonde energie positive, l’acqua è pronta. La mattina del 24 giugno, l’usanza vuole che ci si lavi il viso e le mani con questa miscela profumata, come rito di purificazione, bellezza e salute. E noi l’abbiamo fatto. Viva la tradizione!
Tra fede e riti ancestrali
Se San Giovanni Battista ha introdotto nel cattolicesimo la pratica del battesimo, l’atto di purificare e rinnovare il corpo e l’anima con l’acqua è in realtà un gesto ancestrale, antecedente al cristianesimo. Come accade per molte delle nostre tradizioni più belle, l’acqua di San Giovanni resta un affascinante punto d’incontro tra fede cattolica e antichi riti pagani.
Roberto CANAVESIO
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MUTUO SOCCORSO – Fuori concorso
18 maggio 2026
Quando un cuore batte solo, nel silenzio di un dolore, e la strada si fa in salita, senza un faro, una guida.
Lì, dove il buio sembra eterno, e il peso è un macigno inferno, nasce un’idea, un’antica arte: tendere una mano, fare la tua parte.
Non un’elemosina, non un favore, ma il respiro di un legame interiore. Se oggi cadi, io ti sollevo, e domani, se cadi tu, ti ritrovo.
È un patto che non ha prezzo, un’eco che non conosce disprezzo. Nelle avversità, nella quiete, siamo nodi di una stessa rete.
Un piatto caldo, un consiglio, un sorriso, un mattone per un nuovo inizio. Perché in ogni passo, ogni aiuto dato, il nostro spirito è raddoppiato.
Il mutuo soccorso è la radice, che rende ogni vita felice. Un fiume che non si ferma mai, la forza che unisce noi.
Roberto CANAVESIO
