L’estate di fuoco delle nostre città: perché la riforestazione urbana non è più un’opzione

26 giugno 2026

 

Le ondate di calore estremo stanno attraversando l’Europa con una regolarità spaventosa, diventando sempre più frequenti, prolungate e violente a causa del riscaldamento globale. Quelli che un tempo venivano considerati picchi stagionali eccezionali, oggi sono la norma di un clima alterato. In questo scenario, i contesti urbani pagano il prezzo più alto: il cemento, l’asfalto e la scarsità di spazi verdi trasformano i nostri quartieri in vere e proprie trappole termiche. È il fenomeno noto come isola di calore urbana, in cui le superfici artificiali trattengono il calore solare durante il giorno per rilasciarlo la notte, impedendo alle città di rinfrescarsi e negando il riposo ai cittadini.

Di fronte a questa emergenza non bastano più i consigli emergenziali. Servono risposte strutturali e urgenti: politiche di adattamento climatico a lungo termine che mettano al centro la qualità della vita, la sicurezza e la salute delle persone, in particolare delle fasce più vulnerabili come gli anziani e i bambini. Ripensare e progettare lo spazio pubblico a partire dalle necessità umane, e non dalle automobili, non è un’utopia ecologista, ma una scelta politica concreta, inclusiva e lungimirante. Ridurre le corsie d’asfalto a favore di aree pedonali e ciclabili significa abbattere le emissioni e, contemporaneamente, restituire spazi di socialità alla comunità.

In questa transizione, la natura è la nostra tecnologia più potente. Gli alberi, con la loro capacità naturale di ombreggiare le superfici e di raffreddare l’ambiente circostante attraverso l’evapotraspirazione (il processo con cui le piante rilasciano vapore acqueo), sono alleati insostituibili. Una corretta copertura arborea può abbassare la temperatura al suolo anche di diversi gradi, oltre a funzionare come un filtro naturale per migliorare la qualità dell’aria, trattenendo le polveri sottili.

Cambiare paradigma si può, e l’esperienza internazionale ci mostra la strada. Città come Curitiba, in Brasile, sono diventate simboli globali di urbanistica sostenibile. Già a partire dagli anni ’70, grazie a una visione pionieristica, la pianificazione della città ha integrato una rete di trasporti pubblici rivoluzionaria a imponenti progetti di riforestazione urbana e gestione delle acque, creando parchi che fungono sia da polmoni verdi contro il caldo sia da bacini naturali per prevenire le alluvioni.

L’esempio di Curitiba dimostra che la trasformazione non dipende dalle risorse infinite, ma dalla volontà. Per salvare le nostre città e proteggere chi le abita serve coraggio politico, una visione strategica del futuro e, soprattutto, una forte partecipazione collettiva. La cura del territorio e del bene comune comincia dalle scelte che facciamo oggi.

Roberto CANAVESIO

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Acqua di San Giovanni: un’antica tradizione tra cielo, terra e magia

24 giugno 2026

 

Il giorno prima di San Giovanni, io e Silvia siamo saliti verso il Collelombardo e, al tramonto, abbiamo raccolto erbe e fiori spontanei. Una volta a casa, li abbiamo immersi in una bacinella d’acqua e lasciati sul balcone per tutta la notte.

Questo semplice gesto custodisce in realtà una storia millenaria. La notte che precede la nascita di San Giovanni Battista (tra il 23 e il 24 giugno) è da sempre considerata magica — nota nella tradizione popolare anche come la “notte delle streghe”.

Il solstizio e l’energia della natura

Secondo le antiche credenze pagane, in corrispondenza del solstizio d’estate le forze della natura si uniscono, donando a piante e acqua la massima carica energetica. Preparare l’acqua di San Giovanni serve proprio a catturare la rugiada della notte, che simboleggia l’influenza benevola della luna.

Per il mondo contadino si trattava di uno dei riti beneauguranti più importanti dell’anno: l’arrivo dell’estate portava con sé il rischio di siccità o di grandinate improvvise, e questo rito era una preghiera visibile per proteggere i raccolti dai capricci del tempo.

Le erbe della tradizione: la centralità dell’Iperico

In questo rituale, l’ingrediente che non può assolutamente mancare è l’Iperico, chiamato non a caso “Erba di San Giovanni”.

Curiosità botanica e storica: Tra i componenti dell’iperico è presente l’ipericina, un pigmento che dona una colorazione rossa. La tradizione popolare ha legato questo colore al sangue versato dal Santo, decapitato per ordine di Salomè. Proprio per questo forte valore simbolico, all’iperico si attribuiva il potere di scacciare gli spiriti malvagi.

Accanto all’iperico, la bacinella può accogliere moltissime altre varietà di piante aromatiche e fiori, ognuna con il suo significato:

  • Fiori e profumi: Rosa, Lavanda, Camomilla e Sambuco.
  • Erbe aromatiche e protettive: Malva, Rosmarino, Salvia, Menta, Finocchio selvatico, Assenzio, Ruta e Verbena.

Il mattino del 24 giugno

Dopo aver riposato all’aperto, accarezzata dalla “rugiada degli Dei” che vi infonde energie positive, l’acqua è pronta. La mattina del 24 giugno, l’usanza vuole che ci si lavi il viso e le mani con questa miscela profumata, come rito di purificazione, bellezza e salute. E noi l’abbiamo fatto. Viva la tradizione!

Tra fede e riti ancestrali

Se San Giovanni Battista ha introdotto nel cattolicesimo la pratica del battesimo, l’atto di purificare e rinnovare il corpo e l’anima con l’acqua è in realtà un gesto ancestrale, antecedente al cristianesimo. Come accade per molte delle nostre tradizioni più belle, l’acqua di San Giovanni resta un affascinante punto d’incontro tra fede cattolica e antichi riti pagani.

Roberto CANAVESIO